La neolingua del matrimonio gay

Omogenitorialità, omoparentalità, impegno parentale, progetto parentale, genitore A e genitore B: quello che distingue, prima ancora di ogni altra caratteristica, la “neolingua” alla quale è affidato il compito di negare il ruolo della differenza sessuale nella generazione, è la sua irredimibile bruttezza. Ma è solo il più trascurabile dei difetti di un apparato lessicale incaricato di oscurare e rovesciare il senso delle parole, e dunque di rovesciare e oscurare la realtà.
15 AGO 20
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Omogenitorialità, omoparentalità, impegno parentale, progetto parentale, genitore A e genitore B: quello che distingue, prima ancora di ogni altra caratteristica, la “neolingua” alla quale è affidato il compito di negare il ruolo della differenza sessuale nella generazione, è la sua irredimibile bruttezza. Ma è solo il più trascurabile dei difetti di un apparato lessicale incaricato di oscurare e rovesciare il senso delle parole, e dunque di rovesciare e oscurare la realtà. Operazione necessaria per giustificare la rivendicazione del matrimonio omosessuale come luogo della “nuova filiazione”, caratterizzata dal suo essere più carica di contenuti “culturali” e meno (o per nulla) di retrograda “naturalità”.
Ha notato con la consueta acutezza la filosofa e femminista Sylviane Agacinski, in un articolo sul Monde, che il termine “omoparentalità” (un ossimoro: ogni essere umano ha all’origine un uomo e una donna, sia pur ridotti a fornitori di gameti o di utero da affittare) è riuscito a farsi strada nel linguaggio comune grazie al fatto che in continuazione sentiamo dire o leggiamo che la tale “famosa attrice ‘ha avuto dei figli con la sua compagna’” (l’identico discorso vale per la coppia di maschi che “ha avuto un bambino”). In questo modo, scrive la Agacinski, “quasi si dimentica quello che questa meravigliosa ‘performance’ deve alle tecniche biomediche e al donatore di sperma anonimo che ha dato il proprio contributo in Belgio o in California”. E, nel caso parallelo della coppia maschile, si dimentica che c’è stata una donna che ha venduto i propri ovociti e un’altra che ha portato avanti la “gravidanza surrogata”: altra magnifica perla da neolingua, che copre la qualità schiavistica di quella pratica, sempre più affidata a donne indiane poverissime.
Nella coppia “omoparentale”, insomma, solo uno degli “omogenitori” è davvero implicato nella generazione del figlio, anche se l’altro rivendica, naturalmente in nome del “progetto parentale” che lo coinvolge, identici diritti su chi nasce. A chi nasce, poi, toccherà considerare come un particolare irrilevante il contributo del genitore biologico. E’ l’opinione, per esempio, della sociologa Martine Gross. La quale, sempre sul Monde, rimprovera alla Agacinski di rifiutare l’idea che la filiazione vada “fondata sull’impegno parentale piuttosto che sulla natura”, perché non capisce che “genitore e padre non sono sinonimi”. Ancora una volta, l’ambiguo uso del termine “parentale” o “genitoriale” si sostituisce al vecchio “paterno” e “materno”, e una nozione funzionalista a termini che non sono manipolabili a piacere, perché rimandano alla differenza sessuale che fonda l’essere umano. Ma l’irriducibilità di “padre” e “madre” corrisponde, a dispetto di ogni neolingua, a quella dei fatti.